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Julian Assange: il pericolo delle informazioni sensibili, i rischi del giornalismo investigativo e i dubbi sul fondatore di WikiLeaks

Prosegue la travagliata storia di J. Assange. Il fondatore di WikiLeaks, da 5 anni e poco più – esattamente dall’11 aprile 2019 – è detenuto a Belmarsh, carcere britannico di massima sicurezza, da molti soprannominato la “Guantánamo inglese” dopo che, a seguito degli attacchi dell’11 settembre, la struttura iniziò ad accogliere sospettati stranieri imprigionati senza accuse formali. Tuttavia, la sua storia e le sue restrizioni cominciarono ben prima…


Chi è dunque J. Assange? 52 anni, australiano, giornalista ed informatico, per alcuni è un semplice nome come un altro, per tanti rappresenta un eroe del giornalismo investigativo, per molti altri è invece un uomo che, accusato di spionaggio, costituisce una minaccia per la sicurezza nazionale americana e globale. Una cosa è certa, quello di J. Assange un nome come gli altri non è, o per lo meno non lo è per gli Stati Uniti d’America che da anni, reclamando la sua estradizione, aspettano di poterlo condannare per spionaggio e violazione di accesso informatico; il che potrebbe costare all’imputato una pena di 175 anni di carcere.


Il fondatore di WikiLeaks e la piattaforma, nata nel 2006 come sito internet impegnato nella pubblicazione di documenti segreti, divennero famosi sul panorama dell’informazione mondiale dopo aver pubblicato nel 2010 un video dal titolo “Collater Murder”. Il documento riservato dell’esercito americano riguardava un attacco compiuto dagli Stati Uniti nel 2007 a Baghdad, durante la guerra in Iraq. Più nel dettaglio, la ripresa effettuata da un elicottero mostrava un attacco estremamente cruento che costò la vita, oltre che a due giornalisti iracheni scambiati per guerriglieri, a un gruppo di civili disarmati accorsi per soccorrerli. Il filmato, in particolare, colpì l’opinione pubblica soprattutto per la crudezza con cui i soldati commentarono l’uccisione degli obiettivi (“come se si trattasse di un videogioco” n.d.r.).


Nonostante WikiLeaks tenne anonima la fonte che fornì il documento riservato, dopo qualche mese dalla pubblicazione, l’esercito americano riuscì ad individuare il responsabile. Si scoprì che Chelsea Manning, ex militare statunitense, all’epoca nota con un’identità maschile (nel 2013 fece coming out come donna trans e iniziò un percorso di transizione di genere) trafugò e consegnò a WikiLeaks migliaia e migliaia di informazioni sensibili.

L’allora analista di intelligence che all’epoca si chiamava Bradley, mentre ancora si trovava in Iraq, fu quindi immediatamente arrestata, ma le informazioni, ormai giunte a destinazione, furono la principale fonte di leaks (fuoriuscite) del sito web per un lungo periodo. Difatti, nei successivi anni, oltre ad informazioni militari segrete, WikiLeaks pubblicò anche importanti comunicazioni diplomatiche che crearono grossi scandali e influenzarono diversi eventi globali. Manning, arrestata nel 2010, nel 2013 venne poi condannata dagli Stati Uniti a 35 anni di prigione per violazione di segreti di Stato e altri crimini. Allo stesso tempo, fu aperta anche un’indagine su WikiLeaks che però non produsse rilevanti sviluppi. Infatti, l’amministrazione statunitense, allora sotto la guida di Barack Obama, valutò la possibilità di incriminare WikiLeaks e lo stesso J. Assange sulla base dell’Espionage Act (una legge del 1917 creata per fronteggiare le spie della Grande Guerra meglio nota come Prima guerra mondiale) ma, trattandosi di fatto di una testata giornalistica che aveva pubblicato materiale di interesse giornalistico, l’incriminazione di spionaggio che avrebbe potuto interferire con la libertà di stampa non fu perseguita. In un certo senso, ma soprattutto giuridicamente, anche Manning fu graziata nel 2017 quando, dopo sette anni di carcare, l’amministrazione Obama gli concesse la grazia che gli permise di tornare in libertà.


Tuttavia, J. Assange, che grazie alle pubblicazioni dei documenti di Manning divenne sempre più famoso ma anche attenzionato da molti paesi occidentali, ebbe altri problemi legali. Nel 2010, lo stesso anno dell’arresto di Manning, due donne svedesi lo accusarono di stupro e molestie. La Svezia richiese dunque al Regno Unito, il paese in cui J. Assange si trovava in quel momento, l’estradizione. Però, nell’attesa che un tribunale decidesse sulla richiesta, il giornalista che ha sempre negato le accuse, persuaso dal fatto che si trattasse di un complotto americano, violò la libertà vigilata. Secondo egli la Svezia serviva da esca e lo avrebbe consegnato agli Stati Uniti, così, violando la misura di sicurezza, si rifugiò a Londra nell’ambasciata ecuadoriana.


Nonostante il rifugio di quasi 7 lungi anni offerto dal presidente del Paese sudamericano solidale alla causa di WikiLeaks, e nonostante l’indagine per stupro della Svezia fu archiviata definitivamente nel 2019, i problemi di J. Assange erano appena iniziati. Fu proprio nello stesso anno – precisamente l’11 aprile 2019 – che, dopo una lunga serie di controversie, annunci e rivelazioni di WikiLeaks, J. Assange fu espulso dall’ambasciata dell’Ecuador e arrestato dalla polizia britannica; da quel momento è detenuto nel carcere britannico di alta sicurezza di Belmarsh.


Il mese scorso, l’Alta Corte del Regno Unito ha richiesto determinate garanzie agli Stati Uniti, in assenza delle quali J. Assange sarebbe nuovamente autorizzato ad appellarsi contro l’estradizione. Le garanzie, tra le quali il fatto che non sarà né chiesta né imposta una condanna a morte, sono state presentate entro i termini prefissati e sembrano dunque aprire la strada ad una probabile estradizione.


A decidere le sorti del più celebre giornalista d’inchiesta dell’attualità, quindi, sarà probabilmente un’altra udienza che si terrà il 20 maggio in un tribunale di Londra. I familiari di J. Assange e i suoi avvocati, insieme ad Amnesty International e ad altre organizzazioni per i diritti umani, hanno già denunciato le loro preoccupazioni in merito alle garanzie che, a loro avviso, non sarebbero sufficienti a garantire la sicurezza dell’imputato. Sulla travagliata vicenda di J. Assange, tuttavia, sembra essersi aperto uno spiraglio di luce la scorsa settimana, dopo che il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha dichiarato di voler valutare le richieste dell’Australia di far cadere le accuse verso il giornalista.


Non è possibile fare previsioni, ciò che possiamo dire con certezza è che, se si contano i 7 anni rinchiuso nell’ambasciata dell’Ecuador e i 5 imprigionato nel carcere di Belmarsh, la libertà di J. Assange è ristretta da oltre 12 anni.


A dare delle risposte certe in termini legali sarà la giustizia che, nonostante le lunghe attese, sembra stia facendo il suo corso. Quindi, bisogna ricordare che, mentre proprio in Italia montano polemiche sulla Rai e sulla libertà di espressione e di pensiero, in altri luoghi più e meno lontani si decidono le sorti di J. Assange e di una vicenda che non interessa soltanto l’America; ed è proprio per questo che bisogna ribadirlo con forza e con franchezza: il futuro di Assange, quantomeno da un punto di vista giornalistico, è un po’ anche il nostro.